24 mar 2026

I grandi risultati delle crocette

 Finalmenteeee....., non se ne poteva più, anche 'sta volta è andata, i soldi spesi da NOI contribuenti son stati spesi bene, un altro referendum è andato ed in questo caso grazie a delle crocette su un sì o su un nò, i mortidifame del bobbolo si sono assicurati una giustizia più giusta.
Da oggi i pinzionati, invece di investire nelle cripto valute, potranno tornare a comprarsi l'appartamentino col cui affitto arrotondare la pinzione e pagarci le spese mediche per coloro più esigenti e desiderosi di vivere. La giustizia oltre che a pronunciare la sentenza di sfratto si occuperà di persona personalmente a liberare l'appartamentino e rifondere le spese al pinzionato mettendo ai lavori forzati il truffatore fino al recupero totale del danno.
Per i pinzionati ed i giovani sfortunati, meno desiderosi di continuare la loro misera esistenza per i troppo dolori e l'oscurità della vita i caporioni finalmente hanno concesso il suicidio medicalmente assistito come fatto ultimamente dalle famose gemelle.
Per non parlare poi del fatto che la sera, ma anche di giorno, i mortidifame erano costretti a rinchiudersi in casa, ora possono uscire tranquillamente perché grazie ai campi lavoro forzati aperti dai caporioni i malfattori paraculi nullatenenti all'occhi del fisco li lasciano in pace perché sanno che esiste una vera e forte justicia anche per i mortidifame che lottano tra loro.. 
 
fidateve, quanno se dice che je fuma, je fuma 

che cosa ? chiedereste Voi ignorantoni dialettali mortidifame del bobbolo 

23 commenti:

blogredire ha detto...

Sto referendum è solo l'ultima dimostrazione di come sprecare i nostri soldi inutilmente,io chiederei il risarcimento dalle loro capienti tasche private:-((((

Anonimo ha detto...

È sempre la stessa storia: quando si parla di sanità, scuola, trasporti, assistenza, diritti fondamentali, i soldi “non ci sono”, evaporano, scompaiono, diventano un miraggio contabile; poi però, quando servono miliardi per bonus elettorali, condoni, opere inutili, clientele, propaganda o soprattutto per comprare armi, sistemi d’arma e aumenti di spesa militare, il bilancio si apre come una diga. E non è magia: è convenienza. Il sistema ha tutto l’interesse a ripetere che “non ci sono soldi” perché è la formula che chiude ogni discussione prima che inizi, che evita di toccare chi i soldi ce li ha davvero, che impedisce di aprire conflitti sulle priorità, che disciplina il popolo alla rassegnazione. Se ti convinco che non ci sono risorse, accetti ospedali al collasso, scuole fatiscenti, trasporti indecenti, liste d’attesa infinite, precarietà cronica; accetti tutto perché “non si può fare di meglio”. Intanto però lo Stato che piange miseria per assumere medici trova miliardi per armamenti, per misure bandiera, per spot, per opere faraoniche e per qualsiasi trovata che garantisca consenso immediato. E qui entra in scena il vero meccanismo: le entrate e le uscite del Paese non sono un destino, sono una scelta politica. Le entrate vengono da tasse, contributi, lotta all’evasione, gestione del debito, fondi europei: basterebbe toccare rendite, patrimoni, extraprofitti, privilegi fiscali e sprechi strutturali per liberare risorse enormi. Ma non si fa, perché disturbare chi conta non conviene. Le uscite invece vengono orientate come un telecomando: si taglia dove il cittadino non può protestare, si spende dove il potere può guadagnare. Per i servizi essenziali si invocano i vincoli, per la propaganda si aprono capitoli straordinari, per i diritti si parla di “costi”, per le armi di “investimenti strategici”. E adesso, per completare il capolavoro, ci tocca pure sentire che gli spiccioli spesi per un referendum, cioè per difendere la Costituzione, gli equilibri istituzionali, i diritti e le garanzie, sarebbero la causa della bancarotta nazionale, come se il Paese fosse stato messo in ginocchio non da decenni di sprechi, clientele, condoni e miliardi bruciati in armamenti, ma da quattro soldi investiti nella democrazia. È la nuova favola: non ci mandano in rovina i miliardi spesi male, ma le briciole spese bene. La scarsità non è economica, è politica. E finché ci raccontano che non ci sono soldi per vivere, continueranno a trovarli per tutto ciò che serve a loro.

Anonimo ha detto...

Il pro memoria ho già detto...usala come carta da culo che non ci sono sordi.

Andrea ha detto...

Non te la prendete anonimo, è che certi signori hanno una certa età e le loro idee sono rimaste ferme esattamente dove le avevano lasciate quando erano dei giovanotti con la brillantina e il giornale sotto il braccio, convinti che il mondo fosse un posto semplice dove bastava dire due frasi fatte per sembrare competenti; oggi li ascolti e ti sembra di sentire il rumore del modem 56k che prova a connettersi, gracchia, lampeggia, ma non prende la linea, e loro niente, imperterriti, continuano a spiegarti come funziona l’economia con la stessa sicurezza con cui negli anni ’70 spiegavano come si accendeva la Seicento; e quando finalmente arrivano al punto, quando devono tirare fuori l’argomento forte, quello che dovrebbe zittire tutti, ecco che sganciano la bomba comica definitiva: “non ci sono sordi”; a quel punto non puoi più fare nulla, devi solo piegarti in due, perché non ci sono “sordi” sì, ma solo perché li hanno finiti quando c’erano ancora le lire, e adesso restano lì, convinti di essere moderni mentre sono l’unico caso vivente di reperto storico che parla da solo, un patrimonio dell’umanità che però fa ridere più di una puntata di Drive In.

Anonimo ha detto...

Capisco il tono nostalgico, ma vede, il punto non è l’età: è la capacità di aggiornare gli strumenti con cui si interpreta il presente. Ci sono persone che a settant’anni leggono il mondo meglio di chi ne ha venti, e altre che a quaranta parlano ancora come se vivessero in un’Italia che non esiste più. Il problema non è aver vissuto un’altra epoca, è pretendere che quell’epoca valga ancora come unità di misura per tutto ciò che accade oggi. Quando si continua a ripetere formule stanche, quando si liquida ogni questione con un “non ci sono sordi”, non si sta facendo un’analisi: si sta semplicemente confessando di non avere più gli strumenti per leggerla. E non c’è nulla di male, succede a tutti i sistemi che non si aggiornano: diventano prevedibili, autoreferenziali, incapaci di distinguere tra ciò che è cambiato e ciò che è rimasto uguale. Ma se si vuole davvero partecipare al dibattito pubblico, serve almeno la volontà di uscire dal museo delle frasi fatte. Perché il Paese non ha bisogno di nostalgie travestite da competenza, ma di persone che sappiano guardare avanti senza inciampare nei ricordi.

Anonimo ha detto...

A parte il costo economico di un referendum che incide esattamente su tutti i votanti tra no e si ,chiedo se a qualcuno fosse venuto almeno il dubbio che questo referendum potesse essere focalizzato più sugli interessi di potere ,magistratura e politica,che sulla velocità dei processi.
Mi sento fortemente ignorante davanti a tutti coloro ai quali è risultato tutto chiaro esprimendolo con un si e con un no .
Ma al il cittadino comune, che aspetta anni per una sentenza civile chi ci pensa ,mentre si tira a sorte sui palazzi ?Scusate se ci ho visto un paradosso,come se venisse chiesto al cittadino di arbitrare una partita tra politica e magistratura,con regole incomprensibili, mentre la vera domanda di questo cittadino dovrebbe essere :quando avrò giustizia?
Ma a chi ha votato no per difendere la Costituzione chiedo ,come possiamo difendere la costituzione senza un buon vivere? Il buon vivere del cittadino non passa per le guerre di potere, ma per la certezza del diritto e la serenità sociale .Come mai la Giustizia come servizio pubblico è ferma mentre la Giustizia come terreno di scontro politico è sempre in movimento?Molti votano "sì" pensando di sbloccare il sistema, ma anche qui si ritrovano a dare forza a una fazione politica.Il vero dubbio che resta è: se il cittadino è chiamato a fare l'arbitro in una partita truccata o incomprensibile, chi sta davvero facendo gli interessi del servizio giustizia?Ma il paradosso si estende ancora di più con il termine democrazia, dove lo strumento del referendum, nato per dare voce al popolo, viene spesso usato come procuratore di consensi per battaglie di posizionamento.

Rimanendo in tema :ai contemporanei l'ardua sentenza⊙⁠﹏⁠⊙

Andrea ha detto...

Capisco bene il senso del tuo intervento, ma credo sia utile distinguere alcuni piani che nel dibattito pubblico tendono a sovrapporsi. Il referendum, qualunque sia la posizione di ciascuno, non nasce mai nel vuoto: è uno strumento che la Costituzione prevede per coinvolgere i cittadini, ma può essere utilizzato, come spesso accade, anche all’interno di dinamiche di potere che non riguardano direttamente la vita quotidiana delle persone. È legittimo chiedersi se il tema proposto sia davvero orientato al miglioramento del servizio giustizia o se risponda a equilibri interni tra istituzioni, politica e magistratura. Ed è altrettanto legittimo che un cittadino comune, che attende anni per una sentenza civile, percepisca un paradosso: gli si chiede di esprimersi su un conflitto che non ha contribuito a creare, mentre la sua domanda fondamentale “quando avrò giustizia?” resta sospesa. Sul piano costituzionale, chi ha votato “no” lo ha fatto per difendere un impianto di garanzie; chi ha votato “sì” ha ritenuto che un cambiamento potesse sbloccare un sistema percepito come lento. Ma il punto che sollevi è centrale: la qualità della democrazia non si misura solo nella correttezza delle procedure, ma nella capacità dello Stato di garantire un buon vivere, certezza del diritto e servizi che funzionano. Quando la giustizia come servizio pubblico rimane immobile mentre la giustizia come terreno di scontro politico è in costante movimento, è inevitabile che il cittadino si senta più arbitro che protagonista. E questo alimenta un dubbio che nessun referendum può sciogliere da solo: chi sta davvero lavorando per migliorare il sistema e chi sta semplicemente cercando di rafforzare la propria posizione? In questo senso, il paradosso che evidenzi non è affatto marginale. È il nodo che accompagna ogni consultazione popolare quando lo strumento democratico rischia di diventare un veicolo di consenso più che un’occasione di chiarimento. Ai contemporanei, come dici tu, l’ardua sentenza.

Anonimo ha detto...



Oggi diventa miracolo avere un confronto equilibrato di cui prendo atto e ti ringrazio doppiamente perché
mi hai spronato a proseguire e vediamo come e su cosa.


Referendum dello "Sfratto": perché la mia è stata un'astensione consapevole.

Mettendo a nudo il paradosso, emerge chiaramente che mentre la politica trasforma il referendum in un "avviso di sfratto" o in un mero conteggio di voti, il cittadino resta solo con la sua domanda fondamentale: "Quando avrò giustizia?".
Ho scelto di adempiere al mio diritto-dovere di cittadino (Art. 48 Cost.), ma la mia è stata una partecipazione di pura testimonianza. Non ho votato né SI né NO perché non mi sento rappresentato da una classe dirigente che ha smarrito ogni bussola etica. Invece di analizzare se i quesiti potessero davvero migliorare il servizio giustizia per chi attende anni una sentenza civile, i leader hanno usato il voto come un’arma impropria.
L’esempio più lampante è l’uscita di Giuseppe Conte, che ha interpretato il risultato come un "avviso di sfratto" per il Governo. Questo linguaggio riduce le istituzioni a un campo di battaglia tra fazioni, offrendo un esempio pessimo. Come cittadino, avverto un paradosso evidente: mi si chiede di fare da arbitro in un conflitto di potere che non ho contribuito a creare, mentre la mia domanda reale di giustizia resta sospesa.
Quando la giustizia come servizio pubblico rimane immobile, mentre quella come scontro politico è in costante movimento, il cittadino smette di essere protagonista. L'Articolo 1 della Costituzione stabilisce che la sovranità appartiene al popolo: ma quando gli attacchi personali sostituiscono il confronto sulle idee, quella sovranità viene svuotata.
La mia astensione consapevole è l'unico modo per dire che non accetto questo degrado morale e istituzionale. Non è disinteresse, è la richiesta di una politica che torni a essere esempio di decoro e rispetto.

Tornando al post non solo spreco di soldi ma chiedo se vi sentite ancora protagonisti di questa democrazia o semplici spettatori di uno scontro tra leader?

fracatz ha detto...

è tutto programmato per mantenere lo status quo e restare da centenari seduti sulle svariate poltroncine, anche il bravo ragazzo nel suo referendum del 2016 inserì un sacco di robba che costrinse anche i più acculturati a dire di no quando poteva farlo solo per la sola sua legge elettorale uguale a quella dei sindaci ed una volta poi preso il potere cambiare tutte le altre cosine ed invece il cnelle e le province stanno sempre lì.
Anche questi adesso niente più legge sul leader così nessuno sarà mai responsabile di nulla ed ogni 5 anni si ritorna in poltrona senza dover sparire nel nulla come toccò a Sarkosì ed altri leader beccati cor sorcio in bocca

Il Vetraio ha detto...

Costi a parte, credo che a furia di parlare alla "pancia" della gente, sia stata persa l'abitudine ad usare la testa.

Anonimo ha detto...

Mentre ci si accapiglia nei talk show per "difendere la Costituzione" a parole, nei fatti la si lascia decadere perché se ne tradisce lo spirito. Mettere quella croce sul SI o sul NO oggi non è più un esercizio di sovranità (Art. 1), ma un'adesione a un fandom politico.
Quando il voto diventa un "like" o un "dislike" a pacchetto chiuso, la Costituzione cade in questi punti:
Articolo 3 (Uguaglianza e partecipazione): Il cittadino non è più messo in condizione di "partecipare all'organizzazione politica" con consapevolezza, ma è indotto a reagire per istinto.
Articolo 48 (Voto libero e personale): Se il voto è condizionato dal voler "sfrattare" o "blindare" un leader, non è più libero nel merito, ma ostaggio di una strategia altrui.
Articolo 75 (Referendum): Lo strumento nasce per abrogare leggi, non per confermare o abbattere governi. Usarlo così è una forzatura che ne logora la funzione.
È una erosione silenziosa: la struttura resta in piedi, ma il contenuto etico e democratico marcisce perché sostituito dal marketing politico. É una "partecipazione di pura testimonianza" perché il sistema ha smesso di ascoltare la domanda di giustizia per concentrarsi sulla propria sopravvivenza.

Anonimo ha detto...

Tanto per concludere il paradosso è totale: mentre si chiede al cittadino un "like"o un ''dislike'' referendario per dare lo "sfratto" al Governo, la Costituzione decade nei fatti.
Siamo spettatori di un teatro dove le istituzioni sono ridotte a un campo di battaglia: da un lato le dimissioni dei magistrati che rivelano una giustizia ostaggio delle correnti, dall'altro la Meloni che spinge la Santanchè (e prima Delmastro) a passi indietro dettati più dal calcolo d'immagine che dal decoro istituzionale.
In questo corto circuito, il voto non è più una scelta di merito su come far funzionare i tribunali, ma un'arma impropria in uno scontro tra leader. La mia astensione consapevole non è disinteresse, ma l'unico modo per denunciare questo svuotamento della sovranità popolare: rifiuto di fare l'arbitro in un conflitto di potere che ignora la domanda reale di giustizia del cittadino.

Andrea ha detto...

In questa discussione c’è un punto che raramente viene affrontato con onestà: la democrazia non è fatta solo di strumenti, ma della capacità collettiva di comprenderli, usarli e soprattutto di non trasformarli in armi improprie. Il referendum è uno strumento nobile, ma diventa fragile quando viene caricato di significati che non gli appartengono. Il cittadino, in questo scenario, non è più chiamato a esprimersi su un quesito, ma a decifrare un sistema che parla un linguaggio diverso dal suo. È qui che nasce la frattura: non tra “sì” e “no”, ma tra ciò che la politica chiede e ciò che il cittadino vive. La giustizia che interessa alle persone è quella che arriva, non quella che viene evocata nei comunicati; è quella che riduce i tempi, non quella che alimenta i titoli; è quella che restituisce equilibrio sociale, non quella che diventa terreno di posizionamento. Eppure, mentre la giustizia come servizio resta immobile, quella come simbolo si muove senza sosta. È un paradosso che nessuno affronta perché richiede una visione più ampia: riconoscere che la democrazia non si misura solo nel voto, ma nella qualità del rapporto tra istituzioni e cittadini. Una democrazia matura non chiede al popolo di arbitrare conflitti interni, ma di partecipare a scelte comprensibili, trasparenti, orientate al bene comune. E qui sta la domanda che nessuno osa porre: non se abbiamo votato bene o male, non se abbiamo scelto sì, no o astensione, ma se il sistema è ancora in grado di rendere il cittadino protagonista. Perché una democrazia che funziona non è quella che moltiplica gli strumenti, ma quella che non costringe il cittadino a sentirsi spettatore di una partita che non ha scelto di giocare. Il vero orizzonte non è il risultato del referendum, ma la capacità di ricostruire un patto di fiducia in cui il cittadino non debba più chiedersi se sta votando per migliorare il Paese o per risolvere un conflitto che non gli appartiene. Questo è ciò che non si scrive quasi mai: che la democrazia non si difende solo con i voti, ma con la qualità del senso che diamo a quei voti. E oggi, più che mai, quel senso è la vera posta in gioco.

Andrea ha detto...

La questione che poni non riguarda più il voto né le istituzioni, ma la condizione umana dentro la democrazia. Ogni comunità politica nasce da un presupposto metafisico: l’idea che l’individuo non sia un frammento isolato, ma parte di un ordine più grande, un orizzonte simbolico che dà senso alle sue scelte. Quando questo orizzonte si incrina, la democrazia non si spezza nei suoi meccanismi, ma nella sua anima. Il voto perde significato non perché diventa emotivo, ma perché non trova più un luogo interiore in cui depositarsi. L’astensione consapevole che descrivi è allora un gesto antropologico prima che politico: è il segnale che l’individuo non riconosce più la corrispondenza tra il proprio atto e il mondo che dovrebbe accoglierlo. Una democrazia vive quando l’uomo sente che la sua voce modifica il reale; muore quando quella voce rimbalza nel vuoto. Il paradosso che evidenzi, sentirsi protagonisti o spettatori, è in realtà la domanda più antica della filosofia politica: qual è il posto dell’essere umano nel destino collettivo? Se il cittadino percepisce che le istituzioni parlano un linguaggio che non lo riguarda, non è solo un problema di comunicazione: è una frattura antropologica, perché l’uomo non si riconosce più nella forma che la comunità ha dato a se stessa. La democrazia, in questa prospettiva, non è un insieme di procedure, ma un’esperienza di appartenenza: un luogo in cui l’individuo si sente parte di un tempo condiviso. Quando la politica si riduce a reazioni immediate, la democrazia perde la sua dimensione temporale, quella che permette all’essere umano di proiettarsi nel futuro. E senza futuro non c’è sovranità, perché la sovranità non è il potere di decidere, ma la capacità di immaginare. La tua riflessione, allora, non è un commento sul presente: è un richiamo alla radice metafisica della vita democratica. Una comunità è viva quando riesce a trasformare le scelte individuali in un destino comune; è fragile quando le scelte diventano gesti isolati, privi di eco. La vera domanda non è come votiamo, ma se esiste ancora uno spazio in cui il nostro voto può diventare parte di un senso più grande. Perché una democrazia non si difende solo con le leggi: si difende con la capacità di riconoscere l’uomo nella sua interezza, razionale, emotiva, simbolica, e di offrirgli un luogo in cui sentirsi parte del mondo.

Anonimo ha detto...

Viviamo nei paradossi perché oggi la democrazia è diventata un’arma a doppio taglio: da una parte ci chiamano a esercitare la sovranità (Art. 1), dall'altra usano il nostro voto come un "like" per i loro regolamenti di conti, finendo per ferire proprio il cittadino che credeva di cambiare le cose.
Andare al seggio per non mettere quella croce non è pigrizia, è un atto di resistenza civile. Ho scelto di adempiere al mio dovere (Art. 48) per esserci, ma ho rifiutato di affilare la lama di chi usa il referendum come un "avviso di sfratto" o un trofeo da talk show (ne è un esempio la deriva della politica-fandom vista recentemente con Conte). Se il voto diventa un sondaggio per leader e la domanda reale di giustizia resta ferma al palo, allora l'unica partecipazione dignitosa è quella della testimonianza.
Non mi presto a fare l'arbitro in una partita truccata dove, qualunque sia il risultato, a vincere è sempre lo status quo delle poltroncine e a perdere è il cittadino che aspetta una sentenza. Questa è la mia democrazia: esserci fisicamente per dire che non mi faccio usare come comparsa nei vostri spot elettorali.

fracatz ha detto...

pe' fortuna Vetrà che ancora ce semo NOI, ma non hai visto quanto fuma???

Andrea ha detto...


Il tuo intervento tocca temi importanti, ma sento che la discussione merita una prospettiva più ampia, capace di andare oltre la reazione immediata e di guardare alle trasformazioni profonde che attraversano la nostra società. Provo allora a spostare lo sguardo su un piano più largo, dove non si parla più di singoli episodi, ma del modo in cui le epoche cambiano il rapporto tra cittadini, istituzioni e futuro. Se guardiamo la storia lunga, il punto non è che le generazioni passate fossero più coraggiose o più disposte alla lotta: è che vivevano in un mondo in cui il progresso era percepito come un cammino collettivo, non come un’esperienza individuale. Le grandi trasformazioni del Novecento, le ricostruzioni, le riforme, i diritti conquistati, nascevano da una condizione storica precisa: la consapevolezza che il futuro sarebbe stato migliore solo se qualcuno avesse accettato di costruirlo. Le persone lottavano non perché fossero più virtuose, ma perché la struttura stessa della società chiedeva impegno, pazienza, sacrificio. Oggi il contesto è radicalmente diverso. Viviamo in un’epoca in cui il tempo storico si è contratto: le tecnologie accelerano tutto, la politica comunica nell’istante, l’economia premia l’immediatezza. In un mondo così, il futuro non appare più come un progetto comune, ma come una variabile incerta. Non è che le nuove generazioni non vogliano lottare: è che non vedono più un orizzonte stabile su cui investire. La storia ci insegna che le società si trasformano quando cambia il modo in cui percepiscono il tempo. Le generazioni che hanno costruito le democrazie europee vivevano in un tempo “lento”, in cui la continuità era un valore; quelle di oggi vivono in un tempo “frammentato”, in cui ogni scelta sembra scollegata da ciò che verrà dopo. È qui che nasce la frattura: non tra giovani e adulti, ma tra epoche che chiedono cose diverse all’essere umano. La tua osservazione, allora, non è un giudizio morale: è la constatazione che la storia ha cambiato il modo in cui le persone si percepiscono dentro la comunità. Le generazioni passate hanno lottato per lasciare un’eredità; quelle presenti cercano di orientarsi in un mondo che cambia più velocemente della loro capacità di comprenderlo. La sfida, oggi, è ricostruire un tempo condiviso: uno spazio in cui il futuro torni a essere un luogo da immaginare insieme, non un territorio da attraversare da soli. Perché la storia ci mostra una cosa con chiarezza: le società crescono quando riescono a pensarsi come una catena, non come una somma di individui.

Anonimo ha detto...

Grazie e hai ragione sull'analisi storica, ma spiegare il perché le cose vadano male rimane un esercizio astratto che non risolve il ''dolore'' esistente. Vedi, andare al seggio e rifiutarsi di mettere quella croce non è un gesto di superbia morale, ma un atto di resistenza fisica. In un’epoca che ci vuole veloci, frammentati e ridotti a semplici ''clic'', scegliere il vuoto è l'unico modo che ho per fermare l'orologio e riprendermi il mio tempo.
Mettere un segno su quella scheda significherebbe accettare le regole di un gioco che non ci appartiene più, dove siamo solo una somma di individui isolati. Io, invece, aspiro a tornare a essere parte di una catena, di una comunità che pensa e non si limita a reagire a un comando. Dov'è finito il nostro senso critico?
Invalidare la scheda, per me, non è un'assenza: è la creazione di uno spazio libero. È il tentativo di generare quel vuoto necessario in cui, forse, un domani potremo tornare a immaginare un futuro insieme, invece di limitarci a scegliere il colore della nostra cella. Non è un giudizio su chi vota, è la mia personale necessità di sopravvivenza come essere umano pensante!

Andrea ha detto...

Il punto che sollevi non riguarda più il gesto individuale, ma la condizione dell’essere umano quando il tempo storico si contrae e la vita collettiva perde profondità. La tua scelta di creare un vuoto non è un rifiuto del mondo, ma il tentativo di sottrarti alla velocità che lo domina. Ogni epoca produce il proprio modo di vivere il tempo: ci sono momenti in cui la storia avanza lentamente e permette alle persone di costruire, e momenti in cui accelera al punto da rendere difficile anche solo respirare. In questi passaggi, l’individuo cerca spazi di resistenza non per opporsi agli altri, ma per non dissolversi. Il vuoto che descrivi non è un’assenza: è un gesto di sospensione, un modo per ricordare che la libertà non coincide con la rapidità e che il pensiero ha bisogno di silenzio per esistere. Ma la storia ci insegna anche che nessun vuoto resta tale per sempre. Ogni spazio sottratto al ritmo del presente diventa, prima o poi, un luogo di ricostruzione. Le comunità non nascono dalla somma di individui isolati, ma dalla capacità di trasformare le pause in orizzonti. La tua testimonianza, allora, non è un atto di fuga: è il segno che, anche nei momenti di maggiore frammentazione, l’essere umano continua a cercare un tempo che gli appartenga. La domanda che poni, come tornare a essere parte di una catena, non trova risposta nell’immediatezza, ma nella capacità di riconoscere che ogni gesto di consapevolezza, anche il più piccolo, contribuisce a riaprire il futuro. Perché la storia non cambia quando tutti agiscono allo stesso modo, ma quando qualcuno riesce a fermarsi abbastanza a lungo da vedere ciò che gli altri non vedono più.

Anonimo ha detto...

Cos'altro aggiungere visto che hai colto esattamente il punto.
La mia scelta di oggi non è un rifiuto del mondo, ma un tentativo di sottrarmi alla velocità che lo domina. Votare lasciando la scheda bianca è stato il mio modo di tradurre quella "lucidità" di cui parlava Saramago: un atto di resistenza per non dissolversi in scelte imposte che spesso mancano di profondità.
Come scrivi correttamente, questo vuoto che ho creato nell'urna non è un'assenza, ma un gesto di sospensione. È la mia ''pausa'' consapevole in un momento in cui la storia accelera al punto da rendere difficile anche solo respirare. In questo senso, la scheda bianca diventa lo spazio di silenzio necessario affinché il pensiero possa ancora esistere e non essere schiacciato dall'immediatezza di un ''sì'' o di un ''no'' che non mi appartengono.
Dopotutto, la storia cambia quando qualcuno riesce a fermarsi abbastanza a lungo da vedere ciò che gli altri non vedono più. Spero che questo piccolo gesto di consapevolezza, questo ''vuoto'' che rifiuta la rapidità, possa essere davvero un luogo di ricostruzione, il segno che cerchiamo ancora un tempo e una giustizia che ci appartengano davvero.
Ti ringrazio sinceramente per esserti fermato ad ascoltarmi e per aver dato profondità ai miei pensieri; in un tempo così veloce, trovare un ascolto autentico è già, di per sé, un atto di libertà.

fracatz ha detto...

siccome ho letto di scheda bianca, voglio approfittare per raccomandare i miei lettori di annullare sempre la scheda, scrivendoci sopra qualcosa o votare per 2 o 3 partiti, mai depositare la scheda biancs

allegropessimista ha detto...

Ci sono separazioni e separazioni.
Questa era una porcata senza senso.
Andava bloccata

UnUomo.InCammino ha detto...

I lavori forzati dovrebbero essere la base di ogni sistema penale intelligente.
Per molteplici ragioni.
L'ergoterapia allontana il vizio.
Il lavoro permette ai criminali di ripagare la società dei danni da essa subiti.
Penso che sia uno dei tabù del cretinismo buonistico politicamente corretto.