
Quante chiacchiere, quante discussioni, quante prediche dai teleschermi, quanti soldi dei contribuenti buttati al vento, c'è la droga che una volta apparteneva solo ai caporioni mentre oggi appartiene anche ai mortidifame dopo anni e anni di battaglie per poterne gioire. La trovi ovunque, dà lavoro ad un sacco de gente onesta e disonesta ad ogni angolo di strada, davanti le scuole, nei club e siccome poi ogni tanto ce scappa er morto, allora via con le prediche, via con gli scudi, via con le chiacchiere tanto poi i malati di droga e gli spacciatori saranno mantenuti in ospedale o al gabbio dal solito contribuente lavoratore tramite trattenute dirette sul suo stipendio.
Insomma esiste un problema, tutti dovrebbero saperlo e non continuare a spararci cazzate sopra, ma ricordo che tra i vari partiti, solo quello dell’under 70.000, visto un problema lo prendeva in carico e se possibile lo risolveva.
Porelli, quante risate me ce facevo, pensa che nel programma misero pure il fatto che le droghe che oggi le trovi all’angolo di ogni strada, si dovevano vendere solo in tabaccheria e con i soldi poi lo stato ci poteva rafforzare il servizio sanitario, che rimbambiti che erano, oggi co’ le droghe ce s’arricchisce un sacco de amici, mentre er contribuente se deve da pagà puro gli antibiotici perchè so’ diventati troppo de moda e nun servono a toglie dar cazzo tutti quei mortidefame pinzionati.
e er bobbolo è contento
imparate l'arte e mettetela da parte
7 commenti:
W la droga! W la mona!
La droga non è un’emergenza, è un’infrastruttura, una filiera con logistica, margini, manodopera e domanda stabile, un settore che funziona meglio di molti servizi pubblici e che prospera perché tutti fingono di non vederlo, e l’unica cosa che non funziona è la nostra capacità di guardarlo senza inventarci un alibi morale, perché ogni volta che c’è un morto si riapre la liturgia dell’indignazione, la conferenza stampa, lo scudo, un rito che rassicura chi guarda ma non modifica ciò che accade, mentre il contribuente paga tutto, chi consuma, chi spaccia, chi indaga, chi sbaglia, chi predica, perché in Italia il contribuente è l’unico servizio essenziale che non salta mai. Gli scudi non proteggono i cittadini, proteggono le istituzioni da se stesse, e la sequenza è sempre identica, versioni iniziali rapide, difese compatte, poi le crepe quando arrivano i fatti, come alla scuola Diaz durante il G8 di Genova, dove la narrazione ufficiale parlava di resistenza e violenza dei manifestanti e solo le immagini, le testimonianze e le sentenze hanno mostrato la realtà di un pestaggio sistemico, come nel caso di Stefano Cucchi, dove per giorni si è parlato di malori, cadute, responsabilità personali, fino a quando le perizie e le confessioni non hanno rivelato un quadro completamente diverso, come nelle violenze del carcere di Santa Maria Capua Vetere, inizialmente raccontate come un’operazione di contenimento e poi smascherate dai video come una spedizione punitiva, come nelle morti in custodia liquidate come malori improvvisi fino a quando le telecamere non hanno mostrato altro, come nelle indagini chiuse in poche ore e riaperte mesi dopo perché la realtà non collaborava con la narrazione, come nei verbali riscritti, nelle telecamere spente al momento giusto, nelle testimonianze che cambiano improvvisamente quando la magistratura entra davvero in scena, e ogni volta la stessa formula di rito, piena fiducia, che è giusta ma diventa un talismano quando serve solo a evitare la domanda fondamentale, chi controlla chi controlla. Nel frattempo il mercato della droga continua a circolare come un bene di consumo perfettamente razionale, domanda alta, offerta stabile, margini enormi, rischio distribuito, e il mercato nero prospera perché gli incentivi sono perfetti, chi vende guadagna, chi compra trova, chi governa predica, chi paga è sempre lo stesso, e quando qualcuno propone una regolazione seria, togliere la vendita dalla strada, tassare, usare i ricavi per rafforzare la sanità, diventa un ingenuo, perché la razionalità non crea emergenze né eroi da talk show, non produce nemici da additare né soluzioni miracolose da annunciare, e così ci teniamo tutto, il mercato nero, gli scudi simbolici, le indignazioni a comando, le versioni ufficiali che cambiano con il meteo, i costi pubblici per errori privati, e la favola che il problema sia la droga, quando il problema è la convenienza politica del non fare, la rendita dell’emergenza permanente, la protezione reciproca tra apparati che si autoassolvono, e quando il pensiero si arrende resta lo slogan, w la droga, w la mona, quella si non richiede manutenzione.
Finalmente qualcuno tra i mortidifame del bobbolo che capisce e si rende conto della situazione.
Le risate con quei matematici ingenui del partito degli under 70.000, vendere le droghe in tabaccheria, togliere il business a don Ciccio ( C maiuscola) ma lo sapete cosa faceva don Ciccio quando la droga era solo appannaggio dei caporioni? Don Ciccio faceva i rapimenti e tirava avanti, una volta ad un figlio di caporione je dovette tajà na recchia pe' convince i parenti a sgancià ed allora ve pare giusta sta cosa?
Così cor business allargato se pose fine a quei rapimenti, così volgari, anticulturali e se ogni tanto ce dovesse da scappà er morto, sarà fornito dai mortidefame che se pensano de godè come i caporioni che li obnubiliano da tutti i pulpiti
La criminalità non innova, si sposta. Cambia mestiere con la stessa naturalezza con cui un’impresa cambia linea di produzione. “Don Ciccio” non diventa più furbo, diventa più libero. Il punto non è la sua capacità di reinventarsi, è uno Stato che accetta di rincorrere ogni volta il mestiere successivo. Se ieri erano i rapimenti e oggi è la droga, la costante non è il crimine che muta, è la rendita che gli lasciamo intatta, qualunque sia il settore che la ospita. Ogni volta che un mercato illegale diventa troppo esposto, se ne apre un altro più redditizio e meno rischioso. E lo Stato arriva dopo, sempre dopo, con la retorica invece che con la regolazione. È accaduto con il gioco d’azzardo, passato dalle bische clandestine alle concessioni legali senza spegnere il circuito parallelo; con le scommesse online, dove la legalizzazione ha reso più opache le piattaforme illegali invece di eliminarle; con il traffico di rifiuti, dove la filiera autorizzata convive da decenni con quella che interra, brucia, smaltisce a costi stracciati; con la contraffazione, che ha trasformato interi distretti produttivi in zone grigie dove logistica e manodopera sono condivise; con il caporalato, formalmente vietato eppure stabile come un’infrastruttura parallela dell’agricoltura; con il carburante di contrabbando, che continua a circolare nonostante controlli e accise; con il mercato dei furti d’auto, dove la tecnologia ha reso più sofisticata la filiera ma non l’ha mai interrotta. In tutti questi casi non è il crimine a “civilizzarsi”, è il sistema pubblico che integra una parte, tollera un’altra, finge di non vedere il resto. Dire che l’allargamento del business abbia “ridotto i sequestri” è un paradosso amaro: significa ammettere che l’equilibrio lo decide il mercato illegale, non le istituzioni, e che ci limitiamo a scegliere quale reato ci disturba di meno. È una forma di delega involontaria: lasciamo che sia l’economia criminale a stabilire il livello accettabile di violenza, purché non sia troppo visibile, purché non disturbi la superficie del discorso pubblico. Non è una questione morale tra caporioni e “mortidifame”, è una questione di incentivi. Finché un settore muove margini enormi e rischio relativamente basso, qualcuno lo occuperà. E ogni volta che lo Stato preferisce lo slogan alla regolazione, consolida quel margine. Ogni volta che trasforma un fenomeno strutturale in un’emergenza episodica, garantisce che l’emergenza si ripresenterà identica, solo un po’ più grande. La vera ingenuità non è pensare di sottrarre un business alla criminalità. La vera ingenuità è credere che lasciandolo dov’è si stabilizzi da solo, come se il mercato illegale avesse un senso del limite che le istituzioni hanno smesso di esercitare. Il punto non è “don Ciccio”. Il punto è chi gli lascia sempre un mestiere pronto.
già, è vero, la ludopatia,
chissà perché gli under 70.000 non la trattarono mai
eppure colpisce di più i mortidifame, le vecchiette del gratta e vinci sto cazzo,
per via del desiderio di morire over e soddisfatte
L’ennesima tragedia di oggi non si spiega con una carta d’identità, si spiega con un fallimento politico che dura da trent’anni. I campi rom li abbiamo chiamati “emergenza”, ma un’emergenza che attraversa decenni è una scelta amministrativa. Non sono integrazione fallita: sono segregazione organizzata. Costano milioni ai comuni, alimentano filiere di appalti e micro-rendite, e nel frattempo producono marginalità stabile. Non è una questione etnica, è una questione istituzionale. Quando concentri povertà, abbandono scolastico e lavoro nero in spazi separati, costruisci un circuito chiuso. Poi ci si indigna se da quel circuito escono illegalità e conflitti con lo Stato. È lo stesso schema: invece di smontare l’incentivo che genera il problema, lo si gestisce e ci si costruisce sopra un sistema di spesa e consenso. Il “campo” non si autoalimenta per magia, è la convenienza politica a non superarlo davvero. Perché superarlo significherebbe fare inclusione seria: casa diffusa, scuola obbligatoria e monitorata, lavoro regolare, controlli rigorosi per tutti. Costa fatica, non produce slogan facili, non crea emergenze da talk show. Tenere in vita l’eccezione permanente è più semplice.
La mona è puro sessismo fascionazileghista patriarcale!
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