Pure
questa volta siam sopravvissuti, il referendum è andato, i
lavoratori ai seggi si son messi in tasca qualche solderello per ben
due giorni di duro lavoro e speriamo che gli studenti ed i disoccupati ne abbiano approfittato.
Ma come si fa, dico io, come si fa a buttare i soldi dei contribuenti per un referendum, quando ormai anche alle politiche, che sono le uniche elezioni importanti che anche NOI del partito degli under 70.000 abbiamo nel programma, anche alle politiche si raggiunge a malapena un'affluenza del 50% ?
E poi sputtanarsi da tutti i pulpiti quando bastava anche un bambino e non solo la Meloni a prevedere come sarebbe finita. Ora tutti sappiamo cosa recitano i nostri codici e cioè raccolte le firme e convalidate, se il referendum raggiunge il quorum, allora agli organizzatori viene rimborsata la somma delle spese sostenute per la campagna referendaria, fino ad un massimo di un milione di euro. NOI matematici e democratici del partito degli under 70.000, non aboliremo il referendum, però aggiungeremo un paio di righe e cioè che in caso di mancanza del quorum gli organizzatori dovranno ripagare allo stato tutti i soldi spesi per la sua realizzazione, responsabilizzando tutti coloro che firmarono per la realizzazione.
18 commenti:
Bè, mi sembra abbastanza evidente che coloro che hanno deciso di fare sto referendum abbiano dei cervelli di bambini... molto sottosviluppati, comunque io e consorte siamo andati a votare.
Un saluto
Qui entra in scena Totò:e io pago!
e poi, come in questo caso, buttare dei soldi per cancellare leggi scritte da caporioni pagati dal bobbolo per migliorare l'esistenza dei mortidifame, ma è chi che comanda per 5 anni che deve capire ciò che è giusto e ciò che va cancellato, altrimenti chi comanda viene deresponsabilizzato e ce lo troviamo al governo per altri 5 anni
Compagni? Io Andrea non sono compagno di nessuno. Solo il giusto...Tanti anni fa scrissi a Fracatz che una foresta si rigenera dopo il fuoco. Ecco, Andrea, la mia linea. Non dimenticare mai la "foresta" quando scrivi a me.
G
Elly Schlein è arrivata come "vento di cambiamento", ma l’unico spiffero che si è sentito è quello che esce dal portone di Largo del Nazareno quando lo aprono per far entrare gli stessi di sempre. Doveva essere "la segretaria della discontinuità", e invece ha solo riciclato facce e formule, aggiungendoci un tocco glam e una manciata di interviste ben calibrate per chi vive tra ZTL e Terzo Settore.
"Il PD torna nelle periferie" si diceva. Ma nelle periferie, di Elly e della sua sinistra, non si è vista nemmeno l’ombra. Al massimo sono arrivati i volantini. Intanto Meloni presidia i mercati, parla il dialetto del potere, e vince anche quando sta zitta. Schlein invece parla molto, in tre lingue, ma non convince in nessuna.
La sinistra “vicina ai giovani”? Forse quelli del FuoriSalone o dei festival letterari. Ma provate a chiedere a un rider, a una commessa sottoinquadrata, a un precario della scuola cosa rappresenta oggi il PD, e la risposta sarà un misto tra uno sbadiglio e un’imprecazione.
"Costruiamo una nuova partecipazione democratica." Tradotto: facciamo un sondaggio interno, poi decidono sempre gli stessi. "Il lavoro torni al centro." Ma quale lavoro? Il centro semmai è rimasto quello del CV degli ex ministri: consulenze, fondazioni, porte girevoli. "Noi siamo un argine alla destra." Sì, ma l’argine è pieno di crepe, e l'acqua è già passata. Schlein aveva l’occasione di restituire identità alla sinistra, e invece ha scelto il ruolo della testimonial: elegante, civile, corretta, assolutamente inoffensiva. Il partito che avrebbe dovuto rappresentare gli ultimi, gli sfruttati, i dimenticati, continua a parlare come se stesse sempre partecipando a un dibattito tra élite illuminate, dove l’applauso conta più del voto.
Il referendum è stato il termometro perfetto. Zero mobilitazione, zero passione. E soprattutto: nessun rischio. Come sempre. Perché in fondo, il vero slogan non detto è: “Meglio perdere con stile, che sporcarsi per vincere”.
E così resta questa sinistra con la faccia pulita e le mani in tasca, che sogna di cambiare il mondo senza nemmeno provare a sporcarlo un po’. Una sinistra che ama definirsi "pluralista", ma che ha paura del dissenso vero. Che parla di diritti, ma non si accorge che intorno è rimasto solo il silenzio dei diritti perduti. E in questo silenzio, Elly Schlein non guida: accompagna. Accompagna il Partito Democratico verso la sua definitiva trasformazione, da partito di massa a nicchia di coscienze benpensanti, da argine sociale a hashtag progressista. Un’agonia estetica, senza neanche più la forza di una sconfitta tragica. Solo una lunga, dolcissima, irrilevanza.
mi raccomando ragazzi, se volete fondarvi il vostro partito, moderno, serio, questo è il momento giusto per farlo, io col mio degli under 70.000 sbagliai proprio il momento, capirai c'erano freschi e belli i 5 star di Peppe, che s'era pure fatto a nuoto lo stretto di messina..
Appozzate pure al mio programma che è tutta robba bbona e calcolata ve lo consento volentieri, perchè ci sarebbe tanto bisogno di un miglioramento
La sinistra italiana non l’ha persa Meloni. L’ha persa da sola, quando ha smesso di opporsi, di distinguersi, di scegliere. È bastato l’appello al senso di responsabilità, ed eccoli lì: ministri in governi tecnici, reggicoda del rigore, coprotagonisti delle peggiori riforme “neutre”, dal Jobs Act alla Buona Scuola, passando per tagli lineari e patti di stabilità firmati con penne che odoravano di Bruxelles. Le larghe intese, per la sinistra, non sono mai state un piano. Sono state un suicidio lento, firmato a rate. Hanno confuso l’unità con la resa, il compromesso con la cancellazione di sé. E mentre a destra gridavano “traditori”, da sinistra rispondevano con un sussurro: “abbiamo evitato il peggio”. Ma quel “peggio” è arrivato lo stesso. Si chiama astensione. Disillusione. Fuga dal voto. Ricordiamo bene il PD che si accorda con Alfano. O quello che sostiene Monti in nome dell’Europa. O quello che lascia a Draghi i tasti del pianoforte e si limita a girare le pagine. In nome della stabilità hanno sacrificato tutto: conflitto, radicamento, popolo.
E quando poi c’è stato da rifare identità, si sono presentati con slogan sulla giustizia sociale dopo aver votato la legge Fornero. Hanno parlato di inclusione dopo aver spalancato le porte ai decreti sicurezza. Hanno detto "lavoro" dopo averlo flessibilizzato fino a polverizzarlo. Le larghe intese non hanno allargato nulla. Hanno ristretto lo spazio della politica vera, ridotto l’opposizione a un’opzione morale, e lasciato campo aperto alla destra più compatta di sempre.
In fondo, non è Meloni che ha cancellato la sinistra.
È la sinistra che ha firmato la delega. Con penna blu. E silenzio complice.
Intanto erano collegati a quello sulla riforma di Calderoli, bocciata dalla consulta. Se ci fosse stata anche quella si sarebbe raggiunto i quorum
È probabile che con il referendum sulla riforma Calderoli in campo si sarebbe smosso qualcosa in più, almeno a livello emotivo. Ma se un’iniziativa popolare regge solo sul traino di un’altra, allora forse è già zoppa in partenza.
Significa che i cinque quesiti attuali non sono bastati a mobilitare, nonostante fossero presentati come “questioni vitali”. E questo ci riporta al cuore del problema: una distanza abissale tra chi formula e chi vive.
Inoltre, confidare nel quorum “accidentale” è già una sconfitta culturale: vuol dire non saper costruire un coinvolgimento autentico, ma sperare nel traino, nella rabbia per altro, nella somma di malumori.
E la politica che si nutre di questi incastri, referendum di rimbalzo, emozioni collaterali, rabbia presa in prestito, non è partecipazione. È disperazione con scadenza.
@Fracatz
Eh, lo capisco Fracatz... il timing è tutto. Tu con gli under 70.000 eri già avanti, ma il Paese stava ancora in piena sbornia grillina, con Peppe che faceva il mistico e il maratoneta insieme, si buttava a nuoto nello Stretto e intanto si portava via pure le tessere elettorali dei pensionati. Che vuoi farci: hai lanciato la navicella prima che la rampa fosse montata.
E oggi? Oggi è il momento perfetto: la politica è talmente sgonfia che basterebbe un partito con tre idee chiare, una panchina al parco e due slogan che non sembrino scritti da un algoritmo in crisi di mezza età.
Il campo largo è diventato un buco nero, le sinistre litigano anche tra i cloni, e la destra... be’, quella non ha nemmeno bisogno di parlare: basta che faccia finta di governare.
Quindi sì, chiunque voglia fondare qualcosa, parta pure dal tuo programma, è ancora più fresco di quelli depositati in Cassazione. L'importante è non rifare l’errore tragico di sembrare seri. Quelli seri non li vota più nessuno.
E se poi nel programma c’è spazio per la salsiccia politica ben rosolata, io mi prenoto. Anche solo per portare il vino e accendere il fuoco, che su quello ho un minimo di esperienza.
G
Chi ha promesso di rappresentare il basso, ha preferito governare con l’alto.
Chi doveva stare nelle piazze, ha scelto le riunioni con le fondazioni.
Chi parlava di uguaglianza, ha firmato leggi che aumentavano le distanze. E il popolo, da quel momento, ha iniziato a segnare. E non ha più dimenticato.
Quando nel 2014 Matteo Renzi annunciò il Jobs Act, lo fece con i toni euforici della modernità: “semplificare”, “liberare le energie”, “dare certezze”. Ma dietro quei titoli da slide c’era una riforma che avrebbe cancellato decenni di diritti conquistati, in nome di una competitività tutta a carico dei lavoratori.
Il cuore del Jobs Act era la cancellazione dell’articolo 18 per i nuovi assunti: niente più reintegro in caso di licenziamento illegittimo, ma un’indennità economica. Si passava da diritto al posto di lavoro a compensazione per la perdita. Il messaggio era chiaro: il lavoro non è più un diritto stabile, è un contratto a tempo finché conviene.
E chi firmò tutto questo?
Non un governo tecnico, non un esecutivo di destra, ma un governo a guida Partito Democratico, sostenuto da sindaci ex rottamatori e parlamentari che un tempo difendevano le fabbriche. Fu il PD a ridisegnare il concetto di lavoratore in chiave aziendale, assumendo il linguaggio del mercato come se fosse progresso.
Il risultato?
Una precarietà generalizzata mascherata da flessibilità, un’intera generazione che si è ritrovata con contratti sempre più leggeri e tutele sempre più rare. Il boom di contratti a termine, i licenziamenti rapidi e la crescita dell’instabilità non furono incidenti di percorso: erano la logica conseguenza di quella riforma.
Ma il danno più grave fu politico, morale, identitario.
Perché con il Jobs Act il popolo della sinistra, lavoratori, precari, insegnanti, sindacalizzati, disoccupati, ha capito che qualcosa si era rotto. Che chi governava a sinistra non parlava più la sua lingua, né rappresentava più i suoi bisogni. Ha capito che la lotta non era più “noi contro le disuguaglianze”, ma “noi contro le esigenze del mercato”.
Da quel momento, il rapporto si è inclinato. E nessuna alleanza, nessun congresso, nessun volto giovane ha più saputo ricucire quella frattura.
Perché quando un partito tradisce la sua gente proprio sul lavoro, non si tratta solo di una riforma.
Si tratta di una resa. Firmata. Registrata. E mai dimenticata.
G
ciao Andrea, le mie più sentite condoglianze per la tua perdita, il tempo continua a scorrere comunque coinvolgendoci nelle sue evenienze
Continuiamo a farci del male... Moretti docet!
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