12 feb 2026

il caporalato

Ogni tanto rispuntano fuori i caporali, ricordo che già analizzammo il fenomeno NOI del partito degli under 70.000 e ricordo che siccome secondo i favolosi media del nostro amato, generoso, immaginifico bobbolo era una professione  per arricchirsi, decidemmo che chiunque avesse voluto, avrebbe potuto esercitare la professione facendo concorrenza ai caporali ufficiali e trasportare per 5 euro o meno i lavoratori andata e ritorno esentasse, visto che già occorre la benzina e poi il bollo e poi l'assicurazione e poi ancora il meccanico, l'elettrauto le gomme e qualche contravvenzione. Questa volta però la malafede è maggiore, in quanto si è trattato di distogliere le attenzioni del nostro immaginifico bobbolo da fatti molto più gravi, tipo buttar via soldi per referendum o continuare a retribuire con soldi pubblici gli amici degli amici, incapaci o presuntuosi tanto da non imparare a memoria un discorso ben scritto per evitare le solite figure di merda tipiche degli sparacazzate e così si son scagliati su quei pori disgraziati immigrati che si quatambiano onestamente il loro pezzo di pane trasportando pizze, carzoni, supplì A NOI mortidifame, perché non credo che la casta dei caporioni si serva di codesti servizi. Per fortuna che si tratta solo di spargimenti di cazzate di cui poi nessuno tra qualche settimana  si ricorderà, altrimenti anche NOI poveri mortidifame dovremmo privarci di questa invenzione che ci consente di farci portare a casa qualcosa da mangiare ed altro quando la consorte incazzata non ci rivolge la parola. 

21 commenti:

UnUomo.InCammino ha detto...

Le mie convinzioni sul lavoro schiavile vacillano. Ho deciso che a me_mi piace pure il merdbap se me lo porta quella signorina fattorina.
:)

allegropessimista ha detto...

E' una vergogna insieme a tutte le altre

Andrea ha detto...

Ogni tanto riesce fuori il caporalato, versione aggiornata 5.0: non più il furgoncino scassato nei campi, ma lo zaino isotermico che sfreccia sotto casa. E puntualmente si fa finta di non capire. Si guarda il rider, mai l’algoritmo; si guarda l’ultimo anello, mai la catena. Perché è più semplice prendersela con chi pedala che con chi organizza tempi, turni, priorità e profitti restando invisibile. In Italia siamo bravissimi a intervenire quando lo sfruttamento diventa reato conclamato. Arresti, sequestri, conferenze stampa. Tutto giusto. Ma nel frattempo lasciamo in piedi una zona grigia dove il lavoratore è formalmente autonomo e sostanzialmente dipendente: “sceglie” quando collegarsi, salvo che è l’app a decidere quante corse riceverà, quanto varrà il suo tempo, se sarà premiato o penalizzato. E il rischio d’impresa? Scivola giù per la scala: benzina, manutenzione, pioggia, incidenti, tempo morto. Tutto sulle spalle di chi consegna. Poi ci indigniamo se qualcuno per cinque euro organizza un trasporto. Ma se il lavoro non garantisce alternative reali, quella non è furbizia: è adattamento. È il mercato che scarica verso il basso ciò che non vuole pagare in alto. E finché le regole permettono di estrarre valore dalla vulnerabilità, qualcuno lo farà. Non perché è cattivo, ma perché è conveniente. Il punto non è vietare l’ombra. È chiedersi perché l’ombra sia così redditizia. Se un modello funziona solo comprimendo le possibilità di chi lavora, allora non è innovazione: è trasferimento di rischio travestito da modernità. Una regolazione seria dovrebbe fare tre cose semplici: riconoscere la dipendenza quando c’è organizzazione unilaterale del lavoro; spostare i costi su chi struttura il profitto; rafforzare controlli e rappresentanza, perché le regole senza potere sono solo carta.
Punire è necessario. Ma non basta. Se la cornice resta ambigua, lo sfruttamento cambia forma e si adatta: agricolo ieri, urbano oggi, digitale domani. Continuiamo a discutere del sintomo, il rider, il caporale, l’ultimo anello, evitando il nodo centrale: chi disegna le regole e chi ne sopporta il peso. E noi, mortidifame con l’app sul telefono, ordiniamo la pizza e ci raccontiamo che il problema è il ragazzo in bicicletta. Comodo. Finché la scala non la dobbiamo salire noi.

UnUomo.InCammino ha detto...

Chi disegna le regole?
Mi sembra un approccio alquanto pentastellato, il lavacoscienze per le masse: tanto è colpa dei ricchi, del Vaticano, dei politici, delle banche, della Fiat, dell'ENI, dei fasisti.
Ma questi fattorini, a chi diavolo portano i cibi?
Lo portano alle masse di consumatori, pigri, incapaci, pseudo signorini di massa.
Quindi il mercato schiavile esiste perché esistono coloro che lo alimentano.
Io, da vecchio gandhiano, mi lavo il culo da solo, mi cucino da solo (molto bene, le porcherie fusion non mi interessano), mi pulisco casa, nn ho serve che lo facciano in mia vece, non mi sono mia fatto portare una cazzo di pizza da uno di questi fattorini, molti dei quali, peraltro, fosse per me, sarebbero stati rimpatriati ieri.
Società pseudo signorile di massa con schiavi esotici che facciano i lavori che i principini non vogliono più fare? No grazie!

Andrea ha detto...

È vero: ogni mercato esiste perché qualcuno compra. Ma scambiare la domanda per la causa è un errore di prospettiva. Il consumo pesa, certo. Ma il potere sta altrove: nelle regole che decidono chi prende cosa, chi rischia cosa, chi paga cosa. Il cliente sceglie di ordinare; non decide come viene distribuito il valore lungo la filiera. E gli esempi non mancano: a Milano Glovo premiava chi accettava tutto, anche sotto la pioggia; a Londra Uber Eats “raffreddava” chi rifiutava troppe corse; in Italia Amazon Flex scarica su chi consegna benzina, auto e ritardi. La domanda è la stessa. A cambiare è la struttura che decide chi paga il prezzo. Se bastasse la virtù personale, non avremmo inventato il diritto del lavoro. Basterebbe dire “non comprare”. La storia mostra che non funziona: quando le regole sono sbilanciate, il costo che si comprime è sempre lo stesso, il lavoro. Vale anche fuori dal digitale: i pomodori a otto centesimi di Foggia non li impone il consumatore, ma una filiera costruita per comprimere i margini. A Torino Foodora licenziava via app chi chiedeva un contratto. Non è la pigrizia a generare queste dinamiche: è la convenienza del modello. Su un punto hai ragione: viviamo in una cultura del comfort che esternalizza il disagio. Ma il problema non è la pizza consegnata; è se chi la consegna ha una scelta o no. Responsabilità individuale e responsabilità istituzionale non si escludono. Si sommano. Il consumatore può interrogarsi. Il legislatore deve impedire che la vulnerabilità diventi un modello di business. Quanto ai rimpatri, la questione è semplice: il lavoro non ha passaporto. Ha diritti o non li ha. La società “pseudo signorile” esiste, sì. Ma non la si corregge con la sola rinuncia personale. La si corregge cambiando le regole del gioco, così che nessuno debba accettare condizioni degradanti per consegnare una pizza a te, a me, a chiunque. Altrimenti ci limitiamo a lavarci la coscienza: tu con la rinuncia, altri con l’app. Il problema resta dov’è.

fracatz ha detto...

A volte i problemi sono autorisolvibili basta controllare cosa succedeva prima che loro si creassero, quando le pizze le consegnavano gli studenti o i figli del pizzettaro che si accontentavano delle mance elargite, poi vennero gli immigrati ed i caporali che però funzionano perché hanno incrementato di molto il lavoro dei pizzettari e tolto dalla strada migliaia di migranti e così son sbucati gli acculturati, i predicatori, i quaqueraqua, quelli che fanno tanta beneficienza a chiacchiere, ma per fortuna i governanti sanno bene cosa fare e già non se ne parla più.
Problema risolto

Andrea ha detto...

L’idea che “prima funzionava” vale solo se ignoriamo la scala. È come nel paradosso delle tre porte: all’inizio sembra tutto semplice, 33% ovunque, scegli una porta e via. Ma quando il conduttore apre una porta vuota, la struttura del gioco cambia. Non è più lo stesso 33%. Se continui a ragionare come se nulla fosse cambiato, sbagli previsione. Con le consegne è successa la stessa cosa. Prima erano poche, locali, marginali: studenti, figli del pizzaiolo, qualche mancia. Oggi parliamo di piattaforme che gestiscono migliaia di ordini, tempi industriali e algoritmi che decidono flussi e priorità. Non è lo stesso mercato, non è lo stesso gioco. Attribuire il problema agli immigrati significa confondere la manodopera con il modello. Se un sistema regge perché trova persone disposte ad accettare compensi bassi e rischio alto, il punto non è chi lo fa, ma perché quel rischio viene scaricato verso il basso. La convenienza non ha passaporto: ha una struttura dei costi. E qui entra la politica, perché molte distorsioni non nascono dal mercato, ma dalle regole mancate. Per anni i rider in Italia sono stati classificati come “autonomi” anche quando turni, priorità e penalità erano decisi unilateralmente dalle piattaforme: una scelta normativa che ha permesso di mascherare rapporti di dipendenza sotto la finzione dell’autonomia. Il Jobs Act ha riscritto il lavoro subordinato senza prevedere il lavoro tramite algoritmo, lasciando un vuoto in cui le piattaforme si sono infilate. La Cassazione nel 2020 ha riconosciuto l’“etero-organizzazione”, ma la politica non ha tradotto quella sentenza in una legge chiara: risultato, ogni città applica criteri diversi. Nessun salario minimo, nessun limite ai tempi di consegna, nessuna definizione univoca dello status dei rider: tutto questo non è “il mercato che si autoregola”, è il legislatore che non regola. E non è un fenomeno solo italiano: nel Regno Unito Uber e Deliveroo hanno classificato per anni i lavoratori come “self-employed” finché la Corte Suprema non è intervenuta; negli Stati Uniti non esiste ancora una legge federale sul lavoro tramite piattaforma; in Spagna la Ley Rider è arrivata solo nel 2021, dopo anni di contenziosi. Quando l’intermediazione diventa sistemica, non basta dire “si arrangiavano prima”: prima non c’era questa concentrazione, questa scala, questa centralizzazione. Che poi il dibattito si sgonfi è normale: si parla un giorno, il giorno dopo tutto tace. Ma il silenzio non è una soluzione. I mercati non si autoregolano in modo neutro: si stabilizzano dove il costo è più comprimibile. E storicamente quel costo è il lavoro. Non è beneficenza a parole. È capire se vogliamo un modello che funziona grazie all’adattamento dei più deboli o grazie a regole che distribuiscano meglio rischi e profitti. Se davvero “i governanti sanno cosa fare”, lo si vedrà dalle norme che scriveranno, non dal fatto che non se ne parla più. Dire “prima funzionava” è come dire “tanto è sempre 33%”: una semplificazione che ignora come funziona davvero il gioco. Il silenzio non risolve. Sospende.

Andrea ha detto...

L'esempio del 33% al 66%, la macchina e le capre puoi vederlo nel film "21". Spero ti piaccia il blackjack.

fracatz ha detto...

i problemi non si risolvono a chiacchiere, se si sono creati è perché sta finendo la pacchia per i mortidifame.
Per far quatambiare di più i rider si debbono alzare i prezzi delle pizze, ma se si alzano i prezzi, i mortidifame dovrebbero rinunciare alla pizza, perché i loro stipendi son rimasti fermi in quest'ultimi 30 anni, così i mortidifame residenti andrebbero di persona ad accattarsela, magari meno frequentemente, qualche pizzettaro chiuderebbe, ma i rider starebbero tutti per la strada a scippare le donne bianche mortedifame. E' un po' come è successo per le badanti dell'est che 30 anni orsono venivano, si prendevano cura dei nostri anziani mortidifame come mio padre, senza uso di contributi e commercialisti, si facevano il loro gruzzoletto e se ne tornavano al loro paese per sposarsi e poi felici in viaggio di nozze venivano a trovare i loro benefattori. Il tutto finì già 20 anni orsono, quando occorreva il commercialista per gestire una badante come quella di mia madre che porella come sempre accade sopravvisse a mio padre per una decina d'anni.
Oggi non credo che i mortidifame possano permettersi una badante ed è per questo che i caporioni hanno deciso di sostituire tutti i mortidifame bianchi con quelli colorati tireranno avanti un altro secolo e poi chi vivrà vedrà e verrà a commentarlo qui su google

Andrea ha detto...

In questo periodo di Carnevale le chiacchiere vanno forte: leggere, friabili, piene d’aria e zucchero a velo, si sciolgono in bocca e non lasciano traccia. Un po’ come certe narrazioni sul caporalato versione 5.0: i mortidifame, i caporioni, le badanti mitologiche, i rider pronti a scippare le donne bianche in un crepuscolo che sa di supplì e fine dell’Occidente. Funzionano benissimo come scenografia. Ma mentre scorrono le immagini, la realtà fa un passo di lato e alza un sopracciglio. Perché dalle mie parti le badanti non sono affatto scomparse sotto il peso dei contributi: si sono trasformate in un’istituzione parallela, un piccolo ministero domestico della sopravvivenza quotidiana. Cooperative, figli lontani, anziani che non possono restare soli nemmeno per il tempo di un caffè. Non è epico, è strutturale. È il costo della cura in un Paese che invecchia e in cui i redditi stagnano. E lo stesso vale per i rider: non c’è nessuna congiura dei caporioni, nessuna sostituzione pianificata. C’è un mercato che si è industrializzato mentre nessuno guardava, un algoritmo che ha preso il posto del motorino del pizzaiolo. Il mercato non sceglie per etnia: sceglie per costo e disponibilità. Se il modello regge comprimendo il rischio su chi consegna, non è questione di colore ma di potere contrattuale. È come il paradosso delle tre porte: continuiamo a raccontarlo come il vecchio gioco con la macchina e le capre, ma intanto il conduttore ha cambiato le regole, ha spostato le porte, ha rifatto lo studio televisivo. E noi restiamo fermi al 33%. La tua prosa è teatrale, fracatz, e intrattiene. Ma per capire cosa succede bisogna spegnere le luci del palcoscenico e guardare i meccanismi dietro le quinte. Perché i personaggi fanno rumore. I meccanismi spiegano. E soprattutto: i meccanismi, a differenza dei personaggi, non scippano nessuno.

Andrea ha detto...

Mi hai convinto, fracatz: apro un blog anch’io. Sono anni che ti seguo, almeno così avremo due blog che si leggono e si punzecchiano a vicenda, come si conviene tra vicini di pianerottolo che discutono sul colore delle tende ma poi si prestano il sale. Non credo che i nostri punti di vista siano chiacchiere da buttare al vento, anche se siamo in pieno Carnevale, perché, a differenza delle chiacchiere fritte, qui l’olio è caldo e le idee fanno resistenza. A volte partiamo da premesse diverse, tu con il megafono e io con il cacciavite, ma spesso finiamo nello stesso punto: cercare una via più percorribile di quella raccontata nei titoli gridati. Tu continuerai a mettere in scena il tuo teatro epico dei caporioni e delle apocalissi annunciate, io proverò a smontare il fondale per vedere com’è fatto il meccanismo dietro. Diciamo che tu accendi i riflettori e io controllo l’impianto elettrico. Non sarà una sostituzione etnica di blog, tranquillo: al massimo una concorrenza sleale a colpi di ironia. E se alla fine scoprissimo che, tra una stoccata e l’altra, stiamo facendo entrambi la stessa cosa, cioè provare a capire, sarebbe il colpo di scena migliore. Nel frattempo preparati: ti linko, ti cito e ti contraddico. Con affetto, ma senza sconti.

Il Vetraio ha detto...

Per avere un muro ammuffito serve il muro, l'umidità persistente, le spore e gli occhi per vedere le macchie.

UnUomo.InCammino ha detto...

Attribuire il problema alle strutture significa confondere la causa (la richiesta del mercato) con l'effetto (ciò che ne organizza la risposta, la offerta).

UnUomo.InCammino ha detto...

> mortidifame dovrebbero rinunciare alla pizza, perché i loro stipendi son rimasti fermi in quest'ultimi 30 anni,

Primo: non esiste il diritto alla pizza
Secondo: molti degli utilizzatori di invasori schiavi poi scialacquano somme notevoli in spese superflue su non dannose.

Terzo: il mortodefame che lavora in lavanderia industriale poi rimane senza lavoro o con lo stesso salario/stipendio da 30 anni perché le pizzerie chiudono o perché la lavanderia schiavile tenuta da invasori fa concorrenza sleale con prezzi dello xy% inferiori.

Eccetera eccetera.

UnUomo.InCammino ha detto...

Andrea, noto una costante incapacità di osservare la realtà e di ragionamenti elementari causa effetto.

Lasciamo perdere le narrazioni che a sinistra le frodi ideologiche, le narrazioni da NAS, sono insuperabili.

"Nessuna sostituzione pianificata": a parte che evidente che ogni volta che si tenti di opporsi ai meccanismi che apologizzano e impongono le immigrazione di massa esistono repressioni organizzate e studiate e attuate dai compagni (vedi l'ultimo porcaio dei medici compagni che in quel di Ravenna certificavano il falso per evitare che criminali stranieri - pescati anche ripetutamente in flagranza - venissero rimpatriati via CPR)
Secondo: è del tutto ovvio che la sostituzione avviene perché il lavoro, i servizi, i prodotti fatti dalle "risorse", rimpiazzano economicamente gli autoctoni, poi li sostituiscono anche fisicamente, come si nota in interi isolati o quartieri. Le imprese di pulizie degli italiani non hanno il rinnovo del contratto di pulizia del condominio perché l'assemblea cogliominiale decide di prendere quella marocchina che costa il 40% in meno.

Ahbeh.mahbbeh le sostituzioni non esistono, "complottismi fascioleghisti".
A proposito di narrazioni.

Andrea ha detto...

Proviamo a restare sui meccanismi, perché è lì che le cose si capiscono davvero. Non esiste il diritto alla pizza, certo. Ma esiste un dato: i salari reali in Italia sono sostanzialmente fermi da trent’anni mentre alcuni settori hanno abbassato i prezzi comprimendo il costo del lavoro. Questo non è moralismo né pretesa al consumo: è struttura economica. Se un lavoratore della lavanderia industriale oggi guadagna in termini reali quanto negli anni ’90, il problema non è quante pizze ordina, ma il suo potere contrattuale dentro un mercato che nel frattempo è cambiato. Prendiamo l’esempio delle imprese di pulizie che perdono l’appalto perché un’altra offre il 40% in meno. Non è una questione etnica, è una questione di architettura contrattuale e controlli. Se un’impresa riesce a ridurre il costo del lavoro usando contratti più deboli, part-time involontari, cooperative con scarsa tutela o semplicemente una forza lavoro con meno alternative, il differenziale di prezzo nasce da lì. Il meccanismo è semplice: quando l’offerta di lavoro è ampia e le tutele sono fragili, il prezzo scende. Questo vale per chiunque. Se domani ci fossero migliaia di italiani disposti ad accettare condizioni inferiori pur di lavorare, l’effetto sarebbe identico. Non è la provenienza a determinare il ribasso, ma l’asimmetria tra bisogno e protezione. Lo stesso schema si vede nella logistica, nei subappalti, nei rider: appalti a cascata, esternalizzazioni, trasferimento del rischio sul lavoratore. Se il modello consente di scaricare assicurazioni, mezzi e tempi morti su chi consegna, il prezzo finale si abbassa. Se imponi tutele minime effettive e controlli seri, il prezzo sale. Non c’è bisogno di una regia occulta: basta un sistema che incentiva la riduzione del costo unitario e non presidia abbastanza le regole. Anche in agricoltura il caporalato diminuisce dove aumentano ispezioni e sanzioni e riemerge dove la probabilità di controllo è bassa. I fenomeni seguono gli incentivi. Se la concorrenza si gioca quasi esclusivamente sul costo del lavoro, qualcuno sarà sempre disposto, o costretto, ad accettare meno. E quando molti sono in quella condizione, l’intero mercato si sposta verso il basso. La sostituzione, allora, non è un piano ma una conseguenza di equilibri economici: dove il pavimento delle tutele è basso, chi può scendere di più vince l’appalto. Se si vuole evitare che qualcuno venga rimpiazzato, la leva non è la narrazione identitaria ma l’altezza del pavimento minimo, la qualità dei controlli, la coerenza delle regole. Perché in un mercato costruito sul ribasso, il problema non è chi entra: è quanto in basso è stato fissato il punto da cui si parte.

Anonimo ha detto...

"Il meccanismo è semplice: quando l’offerta di lavoro è ampia e le tutele sono fragili, il prezzo scende. Questo vale per chiunque"

Detta in parole semplici a prevaricare è la legge della domanda e dell'offerta. Nel caso di tanti neolaureati questo concetto prende forma attraverso mete che non sono certamente verso questa Italia ,ma verso altre nazioni che forse danno maggiore merito al singolo, attraverso assunzioni che riconoscono la validità di quel titolo.Come si spiega questo aspetto migratorio di ormai tante menti brillanti che escono dal proprio Paese per non tornarci più?Per non parlare di quanti italiani "afgani",tra cui studenti ,ripiegano su quella struttura economica a cui ti riferisci,per sopperire alle spese universitarie.

Anonimo ha detto...

Ah ,il mio concetto finale dà un certo merito a tutti i lavori umili che sono diventati scontro ideologico , guerra tra poveri, boh sembra un rebus :trovate la soluzione più che contestare una modalità da cui tutti vogliono salvarsi

Andrea ha detto...

In realtà il richiamo alla legge della domanda e dell’offerta non smentisce quanto dicevo, lo conferma e lo rende ancora più evidente se guardiamo ai numeri e ai confronti internazionali. Vale per i lavori meno qualificati ma vale allo stesso modo per quelli altamente qualificati. Se ogni anno decine di migliaia di laureati italiani si trasferiscono all’estero non è per spirito d’avventura ma per differenziale salariale e prospettive di carriera. Secondo i dati ISTAT e OCSE negli ultimi anni oltre 30.000 laureati l’anno hanno lasciato il Paese, e il saldo migratorio dei giovani tra i 25 e i 34 anni resta negativo. Un ingegnere informatico in Italia può partire con una retribuzione lorda annua intorno ai 28.000-32.000 euro, mentre in Germania o nei Paesi Bassi la stessa figura può superare facilmente i 45.000-50.000 euro di ingresso, con dinamiche di crescita più rapide. In Irlanda il settore tecnologico, grazie alla forte presenza di multinazionali, offre salari medi nel comparto ICT che superano i 60.000 euro annui dopo pochi anni di esperienza. Non è ideologia, è struttura produttiva e differenziale di produttività: il PIL pro capite tedesco supera i 45.000 dollari, quello irlandese è molto più alto per effetto delle multinazionali, mentre l’Italia è ferma intorno ai 35.000 dollari e cresce da vent’anni a ritmi molto più bassi della media UE. Se guardiamo alla produttività del lavoro, l’Italia è sostanzialmente stagnante dagli anni Duemila, mentre Germania e Paesi Bassi hanno registrato incrementi ben più consistenti. Lo stesso schema vale nei paesi dell’Est: per anni medici e infermieri polacchi e rumeni si sono spostati verso Regno Unito e Germania perché a parità di titolo lo stipendio poteva raddoppiare. Era domanda e offerta dentro un mercato integrato. Nei paesi scandinavi, come Danimarca e Svezia, la combinazione tra contrattazione collettiva forte e alta produttività mantiene salari minimi di fatto elevati: in Danimarca molti contratti collettivi nel settore dei servizi superano l’equivalente di 15-18 euro l’ora, e il tasso di occupazione è oltre il 75%, ben superiore a quello italiano che resta intorno al 61-62%. Negli Stati Uniti il salario mediano è più alto di quello italiano e la mobilità geografica è maggiore: quando un settore cresce, attrae forza lavoro da altri stati, e il PIL cresce a ritmi che negli ultimi anni sono stati superiori a quelli dell’Eurozona. Il punto non è idealizzare altri sistemi ma osservare che dove la produttività cresce e gli investimenti in innovazione sono elevati, la competizione non si traduce automaticamente in compressione salariale. In Italia invece abbiamo un tessuto produttivo composto in gran parte da piccole imprese, bassa capitalizzazione, investimenti in ricerca inferiori alla media europea (circa 1,4% del PIL contro oltre il 2% della media UE e più del 3% in Germania), e un mercato del lavoro segmentato. In questo contesto la legge della domanda e dell’offerta produce due effetti speculari: chi ha competenze elevate emigra verso mercati che le valorizzano meglio, chi ha meno alternative accetta condizioni deboli. Anche il fenomeno degli studenti che lavorano durante l’università rientra in questa logica: in Italia le borse di studio coprono una quota limitata degli aventi diritto e la spesa per istruzione terziaria in rapporto al PIL è inferiore a quella di molti partner europei. Dire quindi che “prevale la legge della domanda e dell’offerta” è corretto ma è solo metà dell’analisi. L’altra metà riguarda le regole e la qualità del sistema: livello di produttività, attrattività fiscale, investimenti esteri, efficienza amministrativa, peso del cuneo fiscale che in Italia supera il 45% del costo del lavoro contro una media OCSE più bassa. Finché questi fattori restano deboli, il risultato sarà un Paese che esporta capitale umano qualificato e importa lavoro a basso costo o comunque accetta una competizione al ribasso nei settori meno protetti.

Andrea ha detto...

Segue:
Non è una guerra tra poveri ma un problema di struttura economica. E finché non si interviene su crescita, innovazione e qualità istituzionale continueremo a discutere degli effetti, migrazioni in uscita, lavori precari, salari compressi, lasciando intatte le cause che li generano.

Anonimo ha detto...

Grazie per l'approfondimento e mi chiedo perché tu riesci a fare un analisi così dettagliata,che vede non solo i problemi ma le cause e i rimedi verso gli stessi
Forse la faccio drastica ma ho visto candidature di personaggi politici che parlavano con soluzioni pronte a problematiche serie soprattutto sotto le elezioni e poi mai nulla cambiò o è cambiato,per cui credo che il non fidarsi più di un sistema politico economico che tutela solo i propri interessi a discapito dei cittadini ,sia una scelta sempre più consapevole verso chi decide di abbandonare questo paese.Il problema non sarà più quanti immigrati entrano in Italia ,ma quanti italiani stanno andando via e non è tutto nel discorso di una sovrastruttura economica che vacilla tra domanda e offerta ,ma di tante altre ragioni che non includono solo una dignità remunerativa con contratti di lavoro , ma soprattutto umana e la dignità umana però non è negoziabile.
A me fanno ridere coloro che chiamano gregge tutti gli italiani,quanto i dati mostrano
chiaramente come i cittadini percepiscono che il sistema tutela solo le élite , le proprie rendite di posizione, .Viene lecito quindi una forma inevitabile di disaffezione verso quello che è il proprio Paese.
Tempo al tempo e ci ritroveremo su nuovi mondi .
Non è più uno spopolamento di paese ma di penisola ,poi vedremo cosa resterà di tutta questa gestione malsana.
Grazie ,un saluto.